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2011年4月26日星期二

Tra incendi e alluvioni il “global warming” compie 35 anni

Pompieri al lavoro nel villaggio di Dolginino, a 180 km da Mosca. (Credit: AP)
Pompieri al lavoro nel villaggio di Dolginino, a 180 km da Mosca. (Credit: AP)
“La Russia sta bruciando, il Pakistan sta annegando, e nonostante questo loro sembrano felici di continuare come se avessero tutto il tempo del mondo”. Loro sono i delegati riuniti alla conferenza sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite che si è da poco svolta a Bonn, uno dei passaggi intermedi verso il prossimo cruciale incontro di Cancun a dicembre. Ad apostrofarli con sarcasmo è Wendel Trio, responsabile delle politiche sul clima di Greenpeace.
A conclusione del vertice di Bonn si torna a parlare della necessità di uno sforzo congiunto delle Nazioni, per prepararsi a prendere impegni seri e vincolanti al fine di ottenere i risultati sperati. Non vi ricorda gli incoraggiamenti, largamente inascoltati, di Yvo De Boer a Copenaghen?
Nel frattempo il clima continua a stupire, purtroppo mai in positivo, per la massiccia concentrazione di eventi che ci tocca definire “estremi” in assenza di un termine più calzante. A Mosca, intanto, la concentrazione di monossido di carbonio nell’aria è salita a quasi 5 volte il massimo livello ammissibile e ai cittadini viene consigliato di chiudersi in casa e, se proprio devono uscire, di utilizzare le mascherine.
Le autorità hanno ammesso che in città il tasso di mortalità è raddoppiato a causa del caldo e del fumo dovuti agli incendi che stringono d’assedio la città da giorni. La Russia sta registrando questa estate le temperature più alte mai toccate dai termometri locali:? una sorprendente ondata di calore che, insieme all’azione dei venti, sta contibuendo all’estendersi del fronte del fuoco.
Intanto in Groenlandia un blocco di ghiaccio grande come 4 isole di Manhattan si è staccato dal ghiacciaio Petermann ed è destinato a sciogliersi galleggiando alla deriva. E’ il più grande iceberg di cui si abbia notizia dal 1962; l’acqua che contiene basterebbe a soddisfare il fabbisogno?dell’intera popolazione degli Stati Uniti per 120 giorni.

Dall’altra parte del mondo, nel nord-ovest del Pakistan, le alluvioni hanno causato la morte di 1400 persone, ma altri 12 milioni di abitanti sono a rischio perché le piogge potrebbero abbattersi sul sud del paese. E’ stata l’alluvione peggiore degli ultimi 80 anni e ha danneggiato il 5 per cento del raccolto di riso del Pakistan, lasciando quasi due milioni di persone, secondo una stima delle Nazioni Unite, in condizioni critiche dal punto di vista dell’alimentazione.


Anche la regione contesa del Kashmir e la Corea del Nord sono state colpite da violente piogge che hanno fatto vittime e danni alle coltivazioni. In Cina il bilancio delle peggiori inondazioni degli ultimi 10 anni è di 1700 tra morti e dispersi e ha reso necessaria l’evacuazione di 18.000 persone nella provincia di Jilin. E le previsioni danno ancora pioggia.
In questo clima pazzo si è appena simbolicamente celebrato il 35° compleanno dell’espressione “Riscaldamento globale”, apparsa per la prima volta nel 1975 sulla rivista Science, in un articolo di Wallace Broecker, geochimico della Columbia University. Broecker cercava di spiegarsi come mai in presenza di una crescente quantità di carbonio riversata nell’atmosfera dalle attività umane, che avrebbe dovuto secondo lui innalzarne la temperatura, all’epoca non vi fossero ancora i segni tangibili di quel riscaldamento che appariva invece logico.
Studiando i dati desunti dai ghiacci della Groenlandia Broecker si rese conto che esistevano fluttuazioni nelle temperature e che la Terra si trovava in quel momento in una fase “fresca”. Proprio quel temporaneo fresco probabilmente mascherava quella che sarebbe stata la temperatura reale, artificialmente innalzata dall’emissione di dosi massicce di CO2 in atmosfera.
“Nei ghiacci si potevano individuare cicli della durata di 80 anni”, ha spiegato Broecker in un’intervista alla radio pubblica americana. “Nell’articolo proposi che se era davvero così allora entro breve avremmo assistito a un aumento della temperatura in parte naturale, (dovuto alla fine del ciclo di raffreddamento n.d.r.) che avrebbe unito le forse con quello causato dalla CO2″.
“Era il 1975 quando pubblicai l’articolo”, conclude Broecker. “Nel 1976 la temperatura cominciò a salire e ha continuato a farlo più o meno da allora”. Trentacinque anni dopo se ne misurano dolorosamente le conseguenze.

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